Tóth Krisztina költő, író, műfordító

Fotó: Bulla Bea     

Nóra Pálmai: Sotto le melodie

 

Intervista con Krisztina Tóth

Mia madre era orafa, cosi alle superiori ho studiato oreficeria, anche se in realta avrei preferito la scultura. All’epoca immaginavo il futuro lavorando come artigiano, non avevo mai pensato alla letteratura. Il vetro mi piaceva sempre moltissimo, e un materiale magico, ma ho scoperto la sua bellezza soltando dopo aver compiuto gli studi, quindi ho imparato a lavorarlo da sola. Lavorare con oggetti tangibili e un’esperienza liberatrice, anche se a volte e sfiancante. Ora lavoro con vetri piombati, realizzo porte e finestre, e lo faccio come professione. Gli incarichi non sono costanti cosi mi rimane il tempo per tradurre, per scrivere. Di solito traduco poesie dal francese, ma anche romanzi, e mi e capitato di scrivere testi anche per la scuola. (…)

Nell 1982 ho letto un annuncio di un incontro nel club Jókai, dove leggevano le proprie poesie poeti giovani, per lo piu liceali e ho incontrato qui Katalin Mezey, che mi ha invitata nel loro circolo, che si riuniva una volta alla settimana per leggere poesie. Ci sono andata. Inizialmente stavo zitta, nascosta, andavo soltanto per ascoltarli. Poi piano piano sono nate le amicizie. Insieme siamo andati a trovare anche Győző Csorba a Pecs, e di quest’incontro ho dei ricordi buffi, ero molto giovane, molto imbarazzata. Ma in seguito lui mi ha incoraggiata, mi ha seguita, mi ha aiutata molto affinche si formasse in me un certo coraggio e una certa sicurezza nello scrivere poesie. Per esempio ho un ricordo con lui molto delicato, bello: ha detto qualcosa a proprosito di una delle poesie del secondo volume. Non ha detto mai di dover cambiare questo o quella, diceva semplicemente di pensarci su. E quando la successiva volta sono andata a trovarlo con il volume gia pubblicato, ha visto che la poesia era rimasta invariata. Questo e l’esempio quanto lui fosse stato saggio, profondo, e quanto conoscesse l’animo umano, visto che mi ha detto di essere contento che io non avessi cambiato il verso. Cambiarlo valeva dire ammettere di essere incerta, e lui preferiva un testo sul quale si e riflettuto. Poi, pubblicando la stessa poesia in un’antologia ho visto subito cos’era che non andava. Saltava all’occhio. E allora mi e venuto in mente che piu di dieci anni fa Győző mi aveva detto di riflettere su quel verso. In tutto questo episodio e nel ricordo e bello che in lui non c’era alcuna superiorita, non c’era niente che fosse stato un imperativo o un rifiuto. E forse tutta la nostra amicizia sarebbe stata diversa se lui mi avesse detto di correggere il verso. (…)

Per quanto riguarda l’influenza nel seguire la tradizione dell’Ujhold (Nuova Luna, rivista letteraria dei decenni del dopoguerra), non c’era alcuna consapevolezza. Certo, l’influenza c’era, ma piu attraverso le letture che per l’adesione ad una „scuola”. Leggevo poesie di Istvan Kormos, di Istvan Vas, e leggevo i francesi in ungherese, quindi non direi che ho amato Apollinaire, ma la voce ungherese con la quale mi parlava. Questo ha poco a che vedere con Apollinaire originale, perche queste poesie hanno un suono molto piu acuto rispetto all’originale morbido. Piu tardi, durante gli anni dell’universita queste influenze si modificavano molto. In quel periodo leggevo György Petri, ed era estremamente importante per me il seminario di traduzione di Laszló Lator, e tutto quello che da lui abbiamo imparato della traduzione, della scrittura e di tutto il resto. (…)

La traduzione ha fatto certamente scoprire degli strumenti e delle tecniche che hanno aperto strade nuove anche per la mia scrittura, come per esempio la poesia di Lionel Ray. L’ho scoperto nel 1992 a Parigi in una biblioteca per puro caso. Ma dopo ho letto tutti i suoi volumi e ho cominciato a tradurlo. Ha una tecnica molto interessante, scrive frasi molto lunghe, ariate, come se le scrivesse in un solo fiato, e la fine delle frasi e sempre slittata nella frase seguente. Non usa la punteggiatura e gli attributi sono sintatticamente posizionati in modo da poterli collegare a diverse cose. Era molto emozionante anche dal punto di vista della traduzione, era molto difficile risolvere in qualche modo questa sospensione, far si che un attributo abbia spazio libero all’interno della frase. Mi incuriosava molto come era possibile avere lo stesso effetto anche in ungherese, come terminare e allo stesso tempo lasciare aperta una frase. Era appunto mentre traducevo le sue poesie che ho cominciato a riflettere su questo e ho cominciato a scrivere un ciclo relativamente lungo. (…)

Dopo diversi anni trascorsi a Parigi il ritorno in Ungheria, negli anni Ottanta era una sensazione molto strana. In due anni di assenza, qui a casa le cose sono talmente cambiate che non riuscivo ad orientarmi. Stentavo a riconoscere le vie, le piazze. La piazza Kalvin per esempio e cambiata talmente tanto che ha perso tutti i suoi attributi precedenti. Nel momento del mio arrivo c’erano le elezioni e io mi sono trovata in mezzo ad una specie di strana isteria. A Parigi non si percepiva che qui era tutto capovolto. Questi due anni visti dall’esterno hanno portato dei cambiamenti molto radicali, come se avessero spostato e cambiato le scenografie del palcoscienico. (…)

Prima era molto importante per me la melodia, il ritmo, mi piace leggere molto, insieme a mio figlio, le ballate di Janos Arany, sono suoni che si intrappolano nell’orecchio. Mi piacevano i poeti francesi nelle traduzioni dei poeti del Nyugat, e penso di aver interiorizzato molto il loro ritmo, il loro pulsare. Mi piaceva molto anche Zoltan Somlyó. Ma poi, qualche anno fa mi sono accorta che questo riflesso mi inquieta. Mi inquetava mentre scrivevo, perche mi sembrava di avere un „orecchio lirico” troppo forte, nasce una melodia che pero vive di vita propria, e il testo si adatta su questa. Mi rendeva nervosa, perche mi portava su altre strade. Non riuscivo muovermi liberamente a causa del mio proprio orecchio. Come se nascessero testi falsati che non permettesse di dire ció che vorrei, ma come se si raccontassero da soli. Mentre traducevo Lionel Ray, con queste sue frasi lunghe lunghe, percepivo la loro liberta superiore, quest’ampia aria dei testi, dove bisogna badare soltanto all’equilibrio dell’insieme. Nelle traduzioni sentivo il tono delle parole, ed e dal tono che bisogna decidere l’equilibrio delle parole, l’armonia delle consonanti, come nel caso di un quadro. Tutto e come un quadro, e tenendo presente questo si puó plasmare il materiale piu liberamente. Il problema e che tutto questo non avviene in modo del tutto consapevole, si puó giusto prestare attenzione al fatto di non farsi trascinare dalle melodie. La mia esperienza e che nascono testi di copertura, che non scrivo ció che vorrei, ma ció che la poesia pensa, visto che si trova sull’orbita di una melodia, e dopo un certo punto e impossibile farla deragliare. Questo peró copre la sostanza, come se il testo vero fosse uno strato inferiore. Sulla supeficie c’e una cosa piacevole, come un palinsesto, e si trova sotto di esso ció che funzionerebbe veramente. (…)

Non mi piace la parola sviluppo, anche se indubbiamente si cresce, si cambia, si diventa piu maturi. Ma nei testi, anche in quelli miei vedo ció che c’e stato sin dall’inizio, e vedo tutti gli strati che ho dovuto smantellare per farlo venire in superficie. Quindi vedo piuttosto ció che ho dovuto togliere per poter formare un testo per di piu proprio. Uno scalpellamento. Oppure un tentativo di liberarsi. Lberarsi di tutto ció che era in piu. Certo nel frattempo cambio anch’io, ma parlo sempre delle stesse cose. Come per il resto tutti quanti.(…)

Ci sono moltissime tentazioni quando nasce un testo. Si puó partire in tantissime direzioni. La cosa piu difficile secondo me e appunto tenere fermo il timone, e lasciarlo nel momento necessario, per fargli vivere la sua vita, ma anche di tenerlo sotto controllo per adeguarlo al tuo funzionamento interno. Ed e molto facile seguire una direzione in cui si genera una bella poesia, ma che peró non e la tua. Questa e una grandissima tentazione, se riesci a scrivere ad un livello tecnico abbastanza alto. Si puó fare un bella poesia praticamente da qualsiasi cosa, ma bisogna resistere alla tentazione e non scrivere altro e in un altro momento, solo quando il momento e la poesia sono realmente miei. (…)

Esiste un gruppo di amici con i quali da dieci anni ci vediamo una volta al mese. Ho avuto l’idea dieci anni fa di invitare alcune persone che non conoscevo da vicino per leggere insieme le nostre poesie. Ho invitato Gabor Schein, Mónika Mesterhazy, Laszló Istvan Geher, Andras Imreh e con loro ormai da dieci anni ci vediamo sempre. Ci leggiamo ció che abbiamo scritto (…)

Penso che la scrittura in qualche modo disciplina il sentimento, l’istinto. Penso che sia questo che mi tiene insieme. Sarebbe un grave problema per me se non potessi scrivere. La scrittura e come una pentola, in essa le cose prendono una forma, poi si puó rovesciarla. E ne nasce qualcosa. Non so precisamente che cosa, ma intanto e divantato qualcosa al di fuori di me, qualcosa „altro” da me, quindi non mi urta piu dall’interno. Sarebbe un grande squilibrio per me se non potessi scrivere tutto questo, ma infatti e proprio questa la mia paura, di perdere questi sentimenti, questi impeti col tempo. (…)

Per la scarica ispirativa non ho bisogno di drammi continui. Io raccolgo sempre i frammenti, le immagini. Ci sono molte immagini dentro di me che ho raccolto, e mi piace usare anche storie estranee. Qualsiasi materiale e un materiale di base, e non dipende da questo come sara la poesia fatta. Nello stato in cui si riesce a scrivere, ogni cosa trovata e materiale di base quindi dipende dal filtro cosa ne nasce. Si decidera all’interno di te. (…)

Penso che per la scrittura ci vuole calma. Anche solo per poter pensare io ho bisogno di un relativo equilibrio. Quindi momenti intensi non sono affatto ispirativi, non e che in una poesia ci sara piu materiale emotivo solo perche la mia vita emotivamente e piu movimentata. Ci vuole piuttosto la calma, che io possa tranquillamente riflettere sul lavoro da svolgere. (…)

Le esperienze sono pezzi di un mosaico che possono far parte di una poesia con la stessa intensita. Ho un carattere piuttosto retrospettivo e nei momenti di grande intensita cerco di calmarmi con il pensiero dell’osservatore. Con il pensiero di scriverlo un giorno. Ma certo, non finche ne sono coinvolta… (…)

I materiali di partenza mi interessano da un certo punto di vista scultureo. Mi interessa se riesco a formarne una cosa proprozionata. Guardo il testo da diverse direzioni, se le parole sono a loro posto, se che non siano troppo lunghe perche allora sono pesanti, che non siano troppo corte che facilmente perdono l’equilibrio.. di solito capita di avere un seme, un germoglio, una frase da dove partire. Mi diverto a ritrovare questo germoglio anche nelle poesie degli altri. Cerco di capire qual’e la linea che regge tutta la poesia. E sento gli strati riempiti, o lasciati vuoti, dove manca qualcosa. Finche si sta formando la tengo in testa, quando la scrivo, di solito e fatta. Riceve solo qualche piccola cosa in piu. E nell’ultimo istante comincia a vivere di vita propria, succede qualcosa che non e mia intenzione, ma che si scrive da sola. E una bella sensazione, quando sento di poterla lasciare andare, quando sento che non devo controllarla funziona anche da sola. Basta trovare il limite del movimento proprio del testo.

Mai, svegliandomi la mattina ho pensato di essere una giovane poetessa di successo. Certo mi e gia capitato di svegliarmi di buon umore e di pensare di aver trovato qualche soddisfazione. Per esempio quando ho concluso qualcosa, o quando ho scritto qualcosa, quando finalmente ho pensato, ecco, e pronto. E certo, e un successo, se di questa sensazione, riesco a trasmettere qualcosa.

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